Per molto tempo mi sono coricato per iscritto

George Perec



venerdì, 13 novembre 2009


Esce oggi questo mio libro che si chiama Sgabello per la casa editrice Untitl.Ed
qui c'è tutto
qui c'è qualcosa di più


postato da: corridrice alle ore 14:35 | link | commenti (7)
categorie: apparizioni

Un po' del diario di Genoveffa

5/11/09

Mi hanno detto al lavoro che ho le mani magiche (ho aperto la cerniera di un giubbotto).
La lampada che illumina le scale del mio pianerottolo oggi era molto spenta. Dopo ho pianto un'ora al telefono senza dire niente.
L'ufficio della posta appena sono entrata sapeva di ospedale. Il direttore dell'ufficio postale sembrava Peter Sellers, (per i baffetti che ha). Oggi c'erano i capi, al supermercato in cui vado quando ho finito di lavorare. Ho capito che c'erano i capi perché una bambina è andata saltellando da una cassiera, e la cassiera le ha detto con la manibola serrata Stai ferma, non vedi che ci sono i capi? Mentre andavo all'ufficio postale ho sentito chiamare il mio nome. Genoveffaaa! (non mi chiamo così è per rendere l'idea). E' bello sentirsi chiamare per strada. Si  vedono dei punti a destra e a sinistra ma sembrano le orecchie a guardare. Ho finito i soldi sul cellulare, e dopo ho letto una frase che diceva: La bellezza fa tornare la vista.

6/11/09
Visto un ragazzo. Abbiamo trovato un cane che correva sul lato opposto della strada. E' uscito fuori dalla nebbia. Abbiamo fatto inversione a U, e lo abbiamo seguito. Ci siamo fermati, siamo scesi dall'auto. Ha attraversato la strada senza guardare. Si è fermato davanti a noi, ci guardava, aveva il collare. L'ho guardato negl'occhi e ho avuto paura che mi azzannasse, non mi sono avvicinata. Se n'è andato con la coda bassa. Lo abbiamo seguito con lo sguardo andare via, fino in fondo alla strada. Siamo ripartiti, lo abbiamo cercato di nuovo. Ci siamo fermati e i fari illuminavano della terra scura. Eravamo finiti ai bordi di un campo arato, non si vedeva la fine. Abbiamo pensato che non poteva aver preso una strada così buia, e siamo andati via.
Prima in un locale una ragazza mi ha chiesto se poteva farmi una foto e le ho detto di no. In verità non me l'ha chiesto, ma le avrei detto di no comunque. Di pomeriggio al lavoro mi ha chiamato una donna. Quando rispondo al telefono devo dire per forza il nome. Buonasera sono Genoveffa, (non mi chiamo così, dico questo nome per la privacy). Allora ha risposto Anche io mi chiamo Genoveffa. (si capisce che non poteva chiamarsi anche lei Genoveffa, due Genoveffe che si incontrano dev'essere un caso molto raro). Allora le ho detto Il mio nome però ha l'acca alla fine (sono costretta a dire dell'acca perché è così che è successo, è evidente che il nome non è Genoveffah) Sull'acca non ha risposto e ho pensato che fosse un suo gioco, quello di dire che si chiama come la persona con cui parla. Mi ha chiesto se poteva farmi un'intervista, le ho detto che stavo lavorando, mi ha chiesto se potevo darle il mio numero di cellulare per chiamarmi quando finisco di lavorare, le ho detto che non do il mio cellulare mentre sto lavorando. Allora mi chiesto se utilizzo prodotti vegetali, le ho detto che stavo lavorando, allora mi ha chiesto a che ora avrei smesso di lavorare, le ho detto Mai.

7/11/09
Mangiato pane ai cinque cereali, ma come mai sono sempre cinque i cereali. Mi chiedo se non ce ne siano di più. Il cane si comporta come un gatto, si struscia sulle mie gambe. Da due giorni gli stiamo dando biscotti per gatti, perché ha dei problemi ai reni, forse c'è un collegamento. Piove dalle sei del pomeriggio, ora sono le due di notte. Poi mi qualcuno mi ha detto: Nessuno sa meglio di te cosa devi fare, e poi ha aggiunto, se sei innamorata.

8/11/09
Di sera sono andata al cinema. Appena sono uscita c'era odore di frittelle. Uscita dal portone c'era odore di legno. Attraversando la strada un signore con cappotto lungo di colore blu mi ha chiesto Scusi, il ristorante 13 giugno? Non ne ho la più pallida idea, ho detto. Lei è di qui? Gli ho detto di sì. E non ero ancora arrivata al cinema. Tornando a casa ho notato che c'era lo stesso materasso dell'andata, piegato in due vicino a un portone. Ho spinto la porta delle mie scale, e la luce del pianerottolo era totalmente spenta, all'andata funzionava ancora, ma molto poco. Gli ho fatto una foto. Per oggi ho finito, è un'altra domenica.
8/11/09
La mattina sono andata a fare la spesa, e mi sono segnata questa cosa:
ah, io all'inizio di novembre con un polso che si fa forza per tenere su l'ombrello e nel naso l'odore forte di legna che brucia e la mano che regge i sacchetti della spesa. In giro è l'una di domenica e non c'è nessuno. Mi sento barcollante con l'ombrello i sacchetti e il naso che cola. Sembra che sia solo lo sguardo che regge tutto, uno sguardo che regge il mondo, che se smetti di guardare crolla tutto.

9/11/09
Svegliata con il labbro gonfio. Labbro superiore. Non tutto, solo in centro. Sembra che qualcosa mi abbia punto. Se ci passo su la lingua lo sento enorme, se lo schiaccio tra i denti non sento niente. E' scaduta la promozione che mi avevano regalato, quella di internet gratis sul cellulare, spero che ora mi passi questa voglia di controllare sempre la mia mail.
9/11/09
Pomeriggio. Fatto tornare i bilanci. Non li ho fatti tornare io sono, sono tornati da soli. Erano tre mesi che non tornavano. Ho detto al mio capo, che me ne andrò, solo che non so la data. Ho paura di aver fatto una cazzata. Il cane non sta molto bene, sembra che cammini continuamente su qualcosa di scivoloso, come l'olio, sembra ci sia olio su tutte le mattonelle della casa, è così debole. Mia sorella è entrata in camera e ha detto Perché non apri mai le persiane? Non ho bisogno della luce di fuori, ho bisogno della luce di dentro. Non mi capiva, le ha aperte. Poi quando è sera, lei le chiude e io le lascio aperte. Perché non chiudi le persiane la sera? mi dice, Perché mi piacciono i lampioni, ma non mi capisce. Oggi ne ha chiusa solo metà.
E' scaduta la promozione di internet, è vero, allora l'ho riattivata per un'altra settimana, ho speso un euro.

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categorie: una pagina di diario
sabato, 31 ottobre 2009

A me e a quella persona

A me e a quella persona di cui stavo raccontando prima, quella nata in un piccolo paesino della Lombardia, ci piaceva molto Imagine di John Lennon. Non ci piaceva solo la canzone. La canzone è molto bella, ha un giro di piano, se è corretto giro di piano, insomma le prime note sono così belle, basterebbe sentire solo quelle. Poi certamente anche le parole, Imagine all the people, immagina tutta la gente, uno immagina tutta la gente che immagina tutta la gente che immagina tutta la gente, che immagina tutta le gente all'infinito che canta questa canzone o la sente, è bello. E poi continuerebbe anche la canzone, infatti dice, Imagine all the people living life in peace, Immagina tutta la gente che vive la vita in pace, anche questo è molto bello, immaginate tutta la gente che vive in pace. Ma non era questo. Se a qualcuno è mai capitato di vedere il video di questa canzone, si ricorderà che il video comincia con John Lennon e Yoko Ono ripresi di spalle che camminano in mezzo a una stradina con tanti alberi scuri, e la nebbia, e il cinguettio degli uccellini. Una stradina asfaltata, anche se con molte foglie secche, è sempre cementata, comunque, sono tutti e due vestiti di scuro. John ha un cappello da cowboy sulla testa, o forse da ebreo, tiene un braccio intorno alla vita di Yoko, che ha una giacca lunga che lascia scoperte la gonna di un vestito lungo, e così avanzano, vanno giù per la stradina. Sembra mattina presto, forse è l'alba, non c'è nessuno in giro, a parte gli uccellini e forse quelli che non vediamo dietro la camera che li segue. La strada, quando esce da quella specie di bosco, si apre in uno spazio più largo e si vede una casa, una villa si direbbe, e loro due sempre abbracciati si avvicinano all'entrata. Sopra la porta c'è un vetro trasparente e sul vetro una scritta che viene inquadrata, This is not here. Poi si vede loro due che stanno fermi davanti alla porta e un attimo dopo scompaiono. Ma non è neanche questo che ci piace. Tutti, almeno tra quelli che hanno presente di che canzone parlo, e di che video sto raccontando, non potranno non ricordare che nella scena successiva si vede una sala, che è, si presume, l'interno della villa, nonostante un secondo prima si sia visto svanire i due soggetti davanti all'ingresso, con un facile trucchetto cinematografico. È una sala buia, semi buia, le imposte sono tutte chiuse, ma qualche spiraglio lascia intravedere John, seduto a un pianoforte, e Yoko, in piedi che va verso la prima finestra e apre le persiane. Ma non è questo a cui volevo arrivare. La canzone in realtà è già partita, qualcuno ricorderà che prima si parlava di un vialetto, è già nel vialetto il giro di piano dà il via alla canzone. Allora noi, intanto che Yoko apre tutte le finestre e entra un sacco di luce, vediamo bene la sala. È una sala praticamente vuota, tranne che per il pianoforte, tutto bianco, e qualche altro oggetto minimo di arredamento, un piccolo tavolino, tutto bianco, e sul soffitto una lampada di forma sferica, come una luna, tutta bianca, e per terra la moquette, tutta bianca, e i muri, tutti bianchi, e Yoko, che si è tolta la giacca lunga, ha un vestito lungo, tutto bianco, che una volta aperte le finestre, dagli infissi, tutti bianchi, e le persiane, tutte bianche, si siede di fianco a John, su una seggiola, tutta bianca. E John canta e guarda in camera, ha degli occhiali con le lenti arancioni, e Yoko guarda nel nulla, sui capelli, come una figlia dei fiori, ha una fascetta, tutta bianca, che gira intorno alla fronte e ai capelli, tutti neri, e John canta, canta e quando finisce si volta verso Yoko, si guardano qualche istante, poi si baciano, mentre, non si sa come, ritorna il canto degli uccellini del bosco. Ecco finito. Quasi ora mi spiace dire quello che ci piaceva, e forse nemmeno si capirà. Comunque quello che noi ci chiedevamo era, Ma com’è possibile che è tutto bianco in quella casa? Allora la nostra risposta a questa domanda era che, probabilmente, Yoko si era portata dietro una sacco di scatole di colore e che con delle secchiate di vernice bianca aveva fatto la sala tutta di quel colore. Allora da quel giorno abbiamo cominciato a pensare che Yoko non andasse mai in giro senza portarsi dietro dei secchi di vernice bianca, perché non si sa mai. Tanto che a volte se per caso vedevamo delle cose troppo bianche ci dicevamo, È passata Yoko, o se vedevamo delle cose troppo colorate ci dicevamo, Qui ci vuole Yoko, e insomma, così. Che risate minime. Però pensare che c’era sempre Yoko Ono in giro, chissà dove, che poteva dare delle secchiate di vernice bianca, e a noi questo ci faceva star bene sinceramente.
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domenica, 25 ottobre 2009

Se non ci fosse stata lei lì. Con quei pantaloni a scacchi bianci e neri, che nell'insieme, si distinguevano per quel colore marrone sporco, e quegli stivaletti pure, marrone chiaro, e quella maglia nera, con la cerniera argentata, e quella cosa appesa al collo, in maglina verde pisello, e quel cellulare, che ogni tanto emetteva un suono piccolo ma riconoscibile, e quella bocca, con una fessura permanentemente all'ingiù, che a volte, mentre sfilava dalla borsetta pendente al collo, subito dopo quel piccolo suono del cellulare, faceva una smorfia, e quasi sorrideva, mi guardava, come se fossi parte della gioia che l'attraversava dopo la lettura del messaggio. Se non fosse stato per quel suo non far niente, lì seduta due ore e mezza di fronte a me, con una rivista di moda sotto le cosce, e ogni tanto guardandomi, dopo la lettura di un messaggio, e ogni tanto cercando di dormire,  appoggiando la testa, e poi guardandomi ancora, studiando il libro che tenevo in mano, e mettendosi il burrocacao, non una volta, e non due, e le labbra, quasi bianche, sempre all'ingiù, e quella smorfia, che si ripeteva  su messaggi e messaggi letti dal cellulare, e quel suo spostarsi in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e le testa sui palmi, scoprendo un piumino nero, con un pelo ormai consumato, secco, sul bordo del cappuccio, e guardandosi nel riflesso del vetro, scuro, del finestrino, con il giorno verso la fine, e la notte all'inizio, e le lampadine, che davano quella luce malata, e la sua faccia quasi cadaverica, beige, e le labbra tutte bianche, che strofina ancora una volta guardandosi nel riflesso del vetro del treno, forse allora sarei riuscita a leggere.
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giovedì, 15 ottobre 2009

Le due persone migliori che conosco
(una cosa che non è finita e forse cominciata)

Le persone migliori che conosco sono due. Poi ce ne sarebbe anche un’altra ma non posso dire di conoscerla a fondo, e neanche le prime due a dire il vero, comunque l’altra non la metto nelle persone migliori che conosco. Anche se per me è una bella persona e forse è anche migliore di quelle due di cui parlavo qualche secondo fa, non avrebbe senso metterla lì. Certo ha fatto delle cose bellissime per me, anche se lei direbbe che ho fatto tutto da sola, però non è detto che le persone migliori facciano delle cose bellissime (per noi). Infatti le due persone migliori che conosco, al momento, non posso dire che abbiano fatto delle cose bellissime per me, e non capisco perché adesso una persona deve per forza fare qualcosa per un’altra. Per essere una persona che vale per qualcuno bisogna fare qualcosa? Penso di no. In ogni caso le due persone migliori che conosco, sono uno un ragazzo e l’altra è un uomo. Non so come sono arrivata a pensare che a un certo punto c’erano delle persone bellissime al mondo e che io le conoscevo. Ormai la cosa è fatta e il sentimento è questo. Era gennaio, mi ricordo, quando mi sono detta una sera, tu conosci due persone così e così, sei fortunata. Loro non si conoscono tra di loro, e come potrebbero visto che una abita in Lombardia e l’altra nell’Emilia. Di certo mi sarà capitato di parlare a uno dell’altro, ma senza fare nomi, o dire particolari cose. Devo aver iniziato con sai c’è un mio amico.. O più genericamente, conosco uno che.. E ora che ci penso devo aver parlato di loro in moltissime occasioni e a molte persone. Non che io parli con molte persone in generale. In generale potrei dire di sì, se ci penso sul serio, sul mio posto di lavoro sicuramente sì, visto che faccio la segretaria. Sono nati tutti e due in piccolo paesino. Adesso sembra che le persone migliori nascono nei paesini, ma non è detto. Ora se si facesse una statistica, la percentuale però sarebbe molto alta: due su due in un paesino. Io sono nata in una città grande, in un ospedale grande, anzi nell’ospedale in cui nascono gran parte dei bambini della mia città, è risaputo qui da noi, cioè l’ho saputo da poco, l’altro giorno uno mi ha detto Sei nata al Mangiagalli vero? Allora ho scoperto che qui nasciamo tutti al Mangiagalli. Comunque non saprei dire queste due persone in che ospedale sono nate. O se non sono nate in un ospedale, o in casa magari o in macchina o su un prato. Se fosse stato un prato, questo lo saprei perché sarebbe così particolare, che prima o poi nei discorsi sarebbe saltato fuori. Invece no, non si è mai parlato di prati, o di parchi, cucine o macchine. Ma non escludo nulla. Però parco lo eliminerei perché sono nati tutti e due in zone di campagna e parco con campagna non c’entra molto, parco fa venire in mente la città e non la campagna, lo dico così a orecchio. Forse ho un po' mentito perché di quel giorno di gennaio ricordo molto bene una cosa che era successa. Mi ero appena licenziata da un lavoro e mi ero ammalata. Una malattia che sarebbe andata avanti fino ad agosto, e che ancora adesso non posso dire che sia rientrata totalmente. A gennaio però non avevo idea di quello che sarebbe stato questa malattia, fatto sta che era la prima settimana di gennaio. Avevo iniziato l’anno nuovo con un nuovo lavoro. Il primo giorno di lavoro mi sono alzata alle sette, sono andata alla finestra, la strada era ricoperta da trenta centimetri di neve. Sono andata subito a cercare la macchina fotografica, ma non la trovavo così ho preso il cellulare. In strada nessuno aveva ancora tolto la neve. C’erano solo due righe coi bordi marroni e in mezzo grigie, e delle persone che non riuscivano a camminare sui marciapiedi così stavano lì in mezzo, nel vuoto fatto dalle ruote delle macchine. C’era un silenzio strano per essere il primo giorno della settimana di un nuovo anno dal rientro delle vacanze natalizie. La neve sembrava assorbire tutti i suoni, si sentiva il ghiaccio che si comprimeva sotto gli scarponi che i primi lavoratori del lunedì mattina avevano probabilmente appena usato nelle vacanze di natile nelle stazioni sciistiche. Ma forse stiamo un po’ esagerando, non ho idea di dove passino le vacanze le persone che vivono in questa città. E in quei giorni non avevo idea nemmeno di dove fossero quelle due persone di cui stavo parlando prima. Era già qualche mese che non le sentivo e mi mancavano ma non dicevo nulla. Era stata tutta quella neve, avevo pensato dopo quando mi ero ammalata. Avevo preso un virus, ma ancora non lo sapevo. Una malattia da una settimana pensavo, la seconda settimana di gennaio, dopo essermi licenziata. Ma ero quasi alla terza settimana di gennaio, una notte, e la malattia continuava uguale a se stessa, senza mutamenti né in peggio né in meglio. Ancora una settimana al massimo e sarà guarita pensavo. Invece avevo sempre trentasette e mezzo, e io andavo avanti così, ogni giorno. Ancora una settimana pensavo, e poi sarò guarita. Poi era febbraio. Adesso faccio gli esami, e tra una settimana saprò cos’ho e al massimo tra altre due settimane sarò guarita, pensavo, ed era quasi marzo. Poi è arrivato aprile, ed ero guarita da una settimana e un giorno, una di quelle due persone, mi chiama sul cellulare e mi chiede come sto. Io gli dico Sto meglio da quando sto bene. Allora lui scoppia a ridere e dice che sto meglio da quando sto bene è una bella frase, di andare subito a scrivermela, che se non lo faccio se la scrive lui da qualche parte. Allora dopo che la telefonata era finita, ero contenta, nonostante tutto dicevo ancora delle belle frasi. Forse questa è un po’ la vanità, ma quella vanità che a sentirsela addosso fa così piacere, che uno pensa, cioè io pensavo che se sentivo ancora quella cosa della vanità allora forse era vero, stavo guarendo sul serio. Invece poi ad aprile altra malattia, cioè sempre la stessa, nuova ricaduta e ancora antibiotici. Ma questo è tutto il dopo di cui io ancora non avevo avuto il minimo segnale a gennaio, quella sera o quella notte. Non avevo la minima idea di quello che mi aspettava, e questo a volte penso sia un bene, non avere la minima idea di quello che ti sta per accadere o che ti accadrà da lì a due mesi. Di sicuro il retro pensiero che si fa dopo, a cose avvenute, cioè quando si pensa, se solo mi avessero detto che sarebbe successo tutto questo, non ci avrei mai creduto eccetera, e questo non solo delle cose belle ma anche delle brutte, è un pensiero che viene da fare spesso, è come sentire che la catastrofe in un certo senso è già avvenuta e ora si vive di scia di quelle cose che adesso sembrano un po’ lontane. Sembra di essere quasi salvi. Salvi per modo di dire, perché da quel giorno di aprile che ero praticamente guarita, poi sarei stata malata con continuità fino a settembre, e forse anche a ottobre, ma ottobre adesso non è finito, quindi è meglio che aspetto a dire delle cose di questi ultimi giorni, è storia recente. Quella sera di gennaio in pratica volevo farla finita. E non ero che all’inizio della malattia. Ancora pensavo per settimane, mi dicevo la prossima settimana guarisco e via, basta, chiudiamo l’argomento. Io ero lì, con la prima settimana di malattia e col licenziamento. Un licenziamento non avvenuto nei migliori dei modi. E qual è poi il licenziamento che avviene nei migliori dei modi, non lo so. Avevo litigato con una mia collega. La ragazza che mi stava seduta di fianco. E subito dopo, erano le otto di sera, ero andata dal mio capo, gli avevo detto che avevo bisogno di parlare con lui. Ci siamo seduti in un sala per riunioni, in un tavolo ovale di legno chiaro. Prima che iniziassi a dire quello che avevo da dire, lui mi ha detto Sono contento che sei venuta a parlami, perché se no lo avrei fatto io. Ecco, in questo stato d’animo eravamo. O mi mandava via lui o sperava che lo facessi prima io. Io gli ho detto che non potevo continuare, e lui mi racconta che per degl'anni si allenava, correva e correva, faceva le gare, gli piaceva, perdeva sempre, e andava avanti così per anni e anni, poi un giorno ha capito che non poteva continuare, così si è dovuto arrendere e trovare un’altra passione. Altri interessi. Per me se l’era inventato di sana pianta questa storia che anni prima lui correva eccetera. Non capivo cosa voleva arrivare a dirmi, comunque poi gli racconto che avevo litigato con la mia collega, e lui mi ha detto che questa collega, che è poi il suo braccio destro, da quel poco che avevo avuto modo di vedere, in un anno che lavorava lì non aveva mai litigato con nessuno. Io gli dico che poi però avevamo fatto pace subito e che mi ero scusata, lei non c’entrava nulla, era colpa mia eccetera. Allora lui mi guarda e mi fa Se non ce la fai qui non ce la fai da nessuna parte. Mi sono licenziata e tre settimane dopo hanno fatto banca rotta, e non sono mai stata pagata. Comunque non era esattamente che volevo farla finita, cioè non ero lì che mi guardavo in giro e pensavo a come potevo farla finita. Quello è un altro ordire di pensieri. Ero arrivata un po’ al fondo di tutto. La resistenza a sopportare le cose brutte era quasi finita, mi sentivo sola, cercavo lavoro, mi ero ammalata, non avevo quasi più soldi, e piangevo. Piangevo tanto, avevo appena cenato. Avevo spento la tv, e guardavo il piatto vuoto con le forchette appoggiate a caso, e mi era salito su qualcosa che mi faceva piangere. Nei pensieri giravo e giravo, cercavo qualcosa per vedere se davvero andava tutto male nella mia vita. Cioè se davvero tutto tutto andava male. Se non c’era qualcosa che invece di andare male andava bene. Perché una delle cose che mi ha insegnato la terza persona che non fa parte in teoria di questa storia, è che di ogni situazione, per capire cosa fare, si può partire dagli aspetti positivi e da quelli negativi, provare a vedere quelli positivi e tenerseli buoni e quelli negativi metterli in chiaro uno per uno, e poi prendere una decisione, o se no darsi del tempo per prendere una decisione e vedere se quelli negativi hanno bisogno di tempo per farci capire davvero fino in fondo se sono negativi. Ecco quella sera a me sembrava tutto senza senso. Ero semplicemente finita. Finita caput basta niente non si può più fare niente. Non ho fatto neanche la lista delle cose negative e positive, mi era bastata una occhiata al piatto per capire che non c’era più niente da fare. Io quello che potevo fare lo avevo fatto, ed era finito tutto. La voglia le energie le speranze tutto. Allora l’ho accantonato questo pensiero grosso e piangevo. Poi ora mentirei se provassi a dire come sono arrivata a pensare a queste due persone che conosco. Non me lo ricordo il pensiero, il salto, il collegamento, la svolta che c’è stata. Non la so. Vorrei poterla descrivere ma non me la ricordo. Ricordo che guardavo due mobiletti bianchi. O che ho fatto quello, tra le altre cose, quella sera dopo cena. Le persiane erano già state tirate questo lo ricordo, perché per andare a cercare i fazzoletti mi ero vista nel riflesso del vetro della finestra con dietro lo scuro della persiana. Avevo gli occhi rossi e le occhiaia rosse e la faccia rossa.
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domenica, 27 settembre 2009

A un certo punto capivo tutte le parole. Avevo smesso di fare quel giochino di sostituzione, sentire una parola e cercare nella testa la traduzione nella mia lingua. Ascoltavo tutto e capivo tutto senza fare nessuno sforzo. La mattina mi alzavo dal letto stanca come la sera prima, e mentre andavo al bagno mi parlavo direttamente nell'altra lingua. Putain, dicevo. Dicevo parolacce appena sveglia. Prendevo lo spazzolino me lo ficcavo in bocca, pensavo al sogno che avevo fatto. Era sorprendente, neanche nei sogni si parlava più nella mia lingua madre. Avevo cominciato a ingranare in un altro modo con me stessa, pensavo così. Non ero più la stessa persona, ero dentro ben piantata in una recita, una recita della recita. Parlare con altre parole, pensare in altri modi, sognare e nel sogno vedermi parlare in un'altra lingua, non ero più io, anche se lo ero, e sapevo che ero io anche se non lo ero, ed ero contenta. Tutto il bagaglio di timidezza e indecisione e tristezza, depressione, fallimento, delusione erano svaniti. A volte mentre mi preparavo per la sera, mi truccavo in piedi davanti allo specchio e intanto mi parlavo in quella lingua, i soliti discorsi Vous venez d'ou? Moi, je suis de Milan, C'est pas mal Milan, Ah, non pas du tout, J'ai finis l'ecole, eccetera. Guardavo le facce che facevo mentre parlavo. Un'attrice. Era un aspetto divertente della faccenda. Quella era una persona che si era messa ad imitare tutto quello che facevano gli altri colleghi, quasi tutti di un'altra nazionalità. Avevo conosciuto un ragazzo, era belga. Si chiamava Lesley. Parlava poco. Conosceva un po' di spagnolo, lavorava al bar e non gli seriviva parlare. Anche io sapevo un po' di spagnolo.  Ero arrivata in quel villaggio da due settimane e tutti i miei ritmi in un giorno erano stati cancellati. Non avevo più tempo per nulla, né per me o per Marco. Un ragazzo. La sera sul mio letto trovavo i foglietti delle mie coinquiline, dicevano Ti ha cercato Marco, oppure Sempre Marco, Ancora Marco, Marco dice: chiamami per favore. Non avevo mai tempo, e quando ce l’avevo dovevo fare altro. Quando ero off volevo stare con Lesley, andavamo in giù in paese insieme. Un pomeriggio stavamo per rientrare nel villaggio, e vedo una macchina rossa. È Marco. È seduto dietro un pezzo di marmo, un leone o un cavallo, nessuno lo capisce. Aspetta all'entrata dell'albergo. Spingo Lesley dietro un albero, gli dico di aspettarmi che devo sbrigare un cosa. Vado verso Marco, allora io che gli dico che devo lavorare, Lesley che mi aspetta dietro un albero, lui che vuole parlare per un quarto d'ora, io che accetto, lui che mi chiede che intenzioni ho, io che gli dico che non lo so, lui che mi vuole baciare, io che gli dico che non posso, lui che mi prende un braccio e dice che ho dei bei nei, io che mi riprendo il braccio, lui che dice che aveva fatto sei ore di macchina per potermi parlare, io che lo ringrazio, ma che adesso sono molto confusa perché devo lavorare molto, e lui che mi chiede se gli ridò il cd best off dei Beatles che mi aveva prestato, io che gli dico che quel cd ce l'ho a casa mia, lui che mi chiede se quando torno ci vediamo e glielo ridò, io che gli dico vediamo, perché non so quando torno se torno o se riparto subito per un altro villaggio, lui che mi chiede se voglio vederlo ancora, io che gli dico non lo so, che ora devo lavorare, ma non era vero, c'è Lesley che mi aspetta e voglio andar da lui, e ho paura che venga qui a portarmi via e poi loro si picchiano, io che mi guardo continuamente intorno, lui che mi chiede cos'è che cerco, io gli dico che non cerco niente, lui che dice che sto mentendo, io che gli dico che è vero.





postato da: corridrice alle ore 15:33 | link | commenti (3)
categorie: modi di
lunedì, 21 settembre 2009

(liberamente tradotto dal traduttore di google)


LETTERE APERTE A PERSONE

O ENTI CHE E’ IMPROBABILE

CHE A RISPONDERE


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[Invia il tuo lettere aperte al openletters@mcsweeneys.net.]

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UNA LETTERA APERTA
AL NESTING UCCELLI
IN MY CLIMATIZZATORE.

22 giugno 2006

Cari Uccelli,

Mentre sono lieto che abbiate deciso l'aria condizionata nella mia camera da letto è il luogo ideale dove soggiornare, mi sento obbligato a una voce di poche preoccupazioni a nome degli altri abitanti del nostro appartamento. Si prega di non prendere questa lettera come un segno di cattiva volontà, sono sicuro che se siamo in grado di risolvere tali questioni, la convivenza pacifica sarà possibile per molti anni a venire.

La tua abitudine di annuncia ogni nuovo giorno nel canto, mentre abbastanza piacevole nei giorni feriali, purtroppo, diventa problematico il sabato e la domenica. Ci piace fare la maggior parte dei nostri week-end, ma non necessariamente sentire abbiamo bisogno di essere svegliato alle 5:30 di farlo. Inoltre, il cinguettio melodica suscita la curiosità dei nostri gatti. Avrete notato i rumori provenienti sostenuta graffiare, di volta in volta, da parte nostra del condizionatore d'aria. In futuro, saremmo lieti di ricevere le tue canzoni altrove durante questi periodi. L'isolamento in tutto il condizionatore d'aria comincia a deteriorarsi, e siamo a corto di nastro adesivo.

I nostri gatti hanno anche notato frequenti visite vostra famiglia allargata. La prego di limitare i loro voli direttamente fuori le nostre finestre? I nostri gatti hanno espresso un forte desiderio di unirsi a loro per la loro capriole, e immagino che i gatti, se riescono a sfondare lo schermo finestra, sarebbero sorpresi di sapere che si vive al settimo piano. Inoltre, l'abitudine della vostra famiglia di guarnire le nostre finestre con gli escrementi, mentre la graziosa, sta cominciando a perdere il suo fascino.

Parlando di famiglia, mi permetta di essere il primo a congratularmi con lei per la sua New Arrivals! Uno scrupolo di piccole dimensioni: se non ho dubbi che stai attento e amorevole dei genitori, devo chiedere che il vostro feed giovani con più frequenza, come le loro grida per la mancanza nutrimento la varietà e la ricchezza timbrica del vostro vocalizzazioni proprio.

La mia ultima preoccupazione ha a che fare con l'inizio dell'estate. Dal momento che il feroce (anche se lodevole) territorialità ha impedito una valutazione approfondita della vostra casa, siamo titubanti per accendere il condizionatore d'aria, temendo possibili danni alla proprietà e / o la perdita della vita. Il tempo finora è stato mite, ma è solo una questione di tempo prima che le alte temperature ci pongono in una posizione piuttosto scomoda. Capisco che gli uccelli in generale verso sud durante l'inverno, tuttavia, alla luce della nostra situazione, sarebbe ottimale per voi di prendere la vostra vacanza quest'estate, invece. Temo che ci sia poco spazio per i negoziati su questo punto. Il nostro appartamento si indicibilmente caldo, e la nostra preoccupazione per il vostro benessere evapora come il sale di mercurio. State tranquilli, sarete accolti a braccia aperte quando si ritorna (idealmente nel mese di ottobre).

Cordiali saluti,
Vladimir Maicovski

 

postato da: corridrice alle ore 14:22 | link | commenti (1)
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mercoledì, 16 settembre 2009

Una sera ero seduta al night. Dopo la pausa tra le cinque e mezza alle sette, ci cambiavamo tutti d’abito. Niente divisa. Per l'ultima sera del soggiorno dei clienti ci dovevamo vestire da gala. Gonna o abito lungo, solo neri, poi tacchi e trucco. Si poteva fumare al night, fumare e bere, si parlava facilmente. Io parlavo con chiunque mi venisse a tiro. Spesso la sera scendevano gli uomini sposati che lasciavano le mogli e i figli in camera. I nordici erano sopportabili. Con loro dopo un po’ si formava un gruppetto di colleghi che beveva alla sua salute. Erano questi gli uomini, degli omoni alti e ben piazzati, con delle camicie colorate, che offrivano da bere a tutti. Al night, come in altri posti, non si poteva stare seduti in un angolo a guardare gli altri. Se non si ballava, si doveva parlare con qualcuno. Se non si parlava con qualcuno, bisognava trovare una posa che desse l’impressione di essere in attesa di fare qualcosa. Dopo un po’ la si trovava. Il gomito appoggiato sul bancone, la schiena contro, guardare la pista interessati, essere lì lì per andare a ballare, fare con la sigaretta avanti indietro a gettare la cenere, un sorso dal bicchiere, tirata di sigaretta, due parole col collega del bar, canticchiare la canzone, gettare la cenere nel tubo del posacenere, schiena contro il bancone, gomito sopra, sorso dal bicchiere, tirata di sigaretta, cenere nel tubo, guardare la pista, fare sì con la testa, guardare i colleghi che ballano, scommettere chi scoperà chi. Si passava il tempo. Non era obbligatorio rimanere al night fino alla chiusura. Però farsi vedere sì. Una cosa importante di quel business era di farsi vedere. Farsi vedere dai capi e dai colleghi. Non era affatto complicato. I colleghi nuovi, quelli che venivano al villaggio per la prima volta, erano belli da guardare. Nei primi momenti erano i più guardati. Se ce la fai la prima settimana, ce la fai tutta la stagione, mi avevano detto  a me la prima volta. Il contratto ha una clausola per cui si può decidere di tornare a casa dopo una settimana, senza creare nessun problema. I colleghi nuovi erano spaventati. Commettevano errori. Uno dei primi che feci io, fu davanti al bar. Mi avvicinai a dei colleghi della mia equipe, uno dei quali era il mio capo, e dopo averli salutati mi buttai quasi morta su un divanetto lì davanti e dissi Je suis fatiguée! Sono stanca. Imperdonabile. Due minuti dopo il capo mi disse di passare nel suo ufficio. I capi di tutti i servizi, i capi dello sport, i capi del bar, i capi della gestione, i capi del traffico, i capi della boutique, i capi delle animazioni, i capi della cucina, i capi della lavanderia, i capi delle animazioni per i bambini, i capi degli spettacoli in teatro, tutti questi capi era non potevano riprenderci davanti ai clienti. Non poteva essere fatto in pubblico. Andava contro la logica del sorridere. Ognuno di noi aveva il suo capo, ma tutti gli altri capi erano gli occhi e le orecchie del tuo capo. Potevano riferirgli ogni cosa. Una cinquantina di occhi e di orecchie dappertutto, forse di più, se si contano anche i vice capo. Essere da soli seduti al night, era una cosa che succedeva spesso a un collega arrivato lì da un giorno, ed era pericoloso. Una volta andava bene, due erano troppo. Parlare in una lingua che non era la mia era interessante per me, e io riuscivo ad andare verso tutti.
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venerdì, 21 agosto 2009

Quello era un po’ quello che voleva dire Péter les plombs. A me piaceva Stefan. Lavorava al bar. I colleghi del bar era simpatici, non tutti. Erano simpatici quelli che quando ti appoggiavi al bancone del bar, mentre camminavano per andare a prendere la spugnetta, ti allungavano una tazzina di caffè senza dir niente, e tu senza mostrare nessuna sorpresa lo bevevi, salutavi e te ne andavi. Stefan lo faceva, delle volte. Il bar era sempre nella posizioni centrali del villaggio. Non era male se ti piaceva qualcuno del bar. Quando coi gruppi di bambini si andava in giro per il villaggio, era quasi impossibile non passare per il bar. Allora potevi lanciare degli sguardi a chi era al bar, e se Stefan era al bar, lanciavo delle occhiate, lo guardavo, lui mi guardava, durava un attimo. Sembrava di più. A Stefan non piacevano molto le ragazze. O così credevo. Non l’ho mai capito. Divideva la camera con un collega del bar. Quando entravo in camera loro, mi sedevo sul letto di Stefan, e il collega iniziava a chiedermi Cosa ci fai qui? Aspetto Stefan. Stefan non c’è, diceva, e poi Stefan usciva dal bagno. Ecco, strano. Sembrava geloso. E Stefan lo sapeva che era geloso il suo collega, nonché compagno di stanza. E sembrava che nemmeno gli dispiacesse. Aveva un libro blu Stefan. Una copertina blu con su scritto I guerrieri della luce, o una cosa del genere, diceva che si sentiva così. Quando finivo di lavorare, andavo al night, ci restavo fino alle due, se c’era Stefan. Rimanevo lì fino a che non finiva di lavorare. Anche il suo collega rimaneva al night. Beveva, beveva. Beveva tanto. Essendo anche lui del bar, Stefan gli dava tutto quello che chiedeva. Stefan non faceva molte storie, solo gli allungava il bicchiere poi tenendolo ancora in mano, lo tirava indietro, guardava il suo compagno di stanza negli occhi e gli diceva Questo e poi basta. Ma poi basta finiva quando Stefan chiudeva il bar. Dopo andavamo tutti e tre verso la porta dell’ascensore e il collega del bar di Stefan cadeva a terra come cade un albero segato da parte a parte. La prima volta mi era preso un colpo, pensavo fosse morto. Stefan era tranquillo. Dorme, diceva. Mi aveva spiegato che quando beveva molto, il suo collega si addormentava all’improvviso. E non è che cadeva come svenuto. Cadeva come un baccalà. Ritto, con le braccia sui fianchi andava giù di faccia. Ma si sarà fatto male, dicevo a Stefan. Stefan era tranquillo. Si sarà spaccato il naso, dicevo a Stefan. Stefan era tranquillissimo. Ma non è normale,cadere così a terra, dicevo. Stefan diceva C’è la moquette, poi lo prendeva su di peso, se lo metteva su una spalla e lo portava in camera e io me ne andavo a letto.
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mercoledì, 19 agosto 2009

Bisognava essere un po’ fortunati delle volte. A un certo punto convivevo con una collega che insieme ai bagagli si era portata una macchinetta del caffè, così la mattina potevo non scendere in ristorante a parlare coi clienti e fare colazione con loro prima di andare al mio lavoro. Cambiava tutta la giornata, bere il caffè, caffè delle mia parti poi, in camera mia. Poi un’altra, una collega che abitava non lontano dal villaggio, aveva la macchina. Una sera che eravamo off, io, Viriginie e Veronique, siamo finite in un cimitero. Virginie era la souschef dell’equipe in cui lavoravo, la vice capo. Altra fortuna perché con lei potevamo entrare e uscire dal villaggio a qualsiasi ora del giorno e della notte. Era una ragazza che non capivo Virginie. In camera, sopra lo specchio avevo appeso delle foto di famiglia. Fumava le canne Virginie, forse è da precisare. Comunque una sera eravamo tutte e tre in camera, erano già tre quattro mesi che vivevamo insieme. Virginie disse di guardare una delle foto che avevo appeso, diceva che stava succedendo qualcosa di strano. Io riuscivo poco a tenere gli occhi aperti, la camera era piena di fumo, un buon odore. Le foto si stanno muovendo, ha detto. Io guardavo, tenevo gli occhi come due fessure, guardavo guardavo. Veronique comincia a dire che è vero si stanno muovendo. Io guardavo le facce e non vedevo niente. Virginie diceva che i visi stavano ringiovanendo. C’era la foto di mia madre. Diceva che stava diventando sempre più giovane. Diceva che aveva i capelli biondi e corti. Mia madre da giovane ha fatto la modella, la mannequin. Non aveva mai avuto i capelli corti. Sempre fin sotto al sedere. Io non gliel’ho detto che mia madre da giovane da ragazza, non era come in quella foto. Quella volta, il posto si chiamava Serre Chevalier, bastava dire Serre e ci capivamo. Ero capitata in stanza con loro due. A Virginie piacevano le ragazze, a Veronique piacevano gli uomini sposati coi figli. Io piacevo a Viriginie, Veronique era mia amica. Eravamo nel bunker, si diceva così o la cage, la gabbia. La nostra camera era in un sotterraneo. L’albergo era sopra una montagna e la base con le fondamenta non erano piatte e regolari. Era tutta una costruzione che andava su e giù. Noi potevamo entrare nella nostra camera anche da una finestra, cioè dall’esterno. A volte la sera, per non passare dalla hall, evitando così di salutare la collega di turno che ci lavorava, saltavo in camera dalla finestra, buttavo prima le scarpe e poi cadevo giù nel letto, era come evadere al contrario. Era un trio di stanze. C’era la nostra, poi altre due. Le altre due, erano due camere comunicanti. Agli effetti erano due le camere. Una, la nostra, tre ragazze, l’altra quattro ragazzi. Tutti del bar. Avevano orari diversi dai nostri. I loro turni non partivano mai prima di mezzogiorno. E non finivano mai prima delle due, e dopo le due, nel pieno della loro veglia, nelle loro camere facevano un po’ di tutto. Quando sbattevano le porte, noi dormivamo e quando sbattevamo noi le porte, per andare a lavorare alle otto del mattino, loro dormivano. Era un posto un po’ maledetto quello in cui eravamo. La fortuna era che non avevamo clienti nelle camere affianco, quindi potevamo tenere la musica alta, e parlare e fumare. La cosa maledetta, che in quei mesi si era sparsa nel villaggio tra i colleghi, era che quelli che stavano lì nella gabbia, prima o poi sarebbero andati fuori di testa e cacciati dal villaggio. Appena fuori dalle nostre camere, c’era una colonna di legno, la prima colonna che partiva dalle fondamenta del villaggio. Fu la prima cosa che feci vedere a Veronique quando appena arrivata al villaggio fu portata da uno dei bagagli nella nostra camera. Una macchia scura, marrone. Era sangue asciutto. Una sera, dopo quasi due settimane dall’apertura del villaggio, un ragazzo del bar, Medhi, aveva avuto una discussione con il capo bar, per un ritardo sul posto di lavoro. Era abbastanza difficile arrivare tardi al lavoro, erano due piani di scale, ma si riusciva lo stesso. Era quasi sempre lo stesso il motivo per cui si faceva tardi: non si sentiva la sveglia. Anche a me era capitato di alzarmi di soprassalto, svegliata dal suono del telefono della camera. Suono del telefono, e scatto dal letto. La questione è che non si può tirare troppo la corda coi ritardi. Poteva arrivare un richiamo ufficiale da parte del capo villaggio, e al terzo ti spedivano a casa. A’ la maison!, era una cosa che dicevamo spesso tra noi, col dito indice teso verso la porta. Entravo in camera, spingendo la porta all’improvviso come per cogliere sul fatto qualcuno, e dicevo a Veronique, Veronique, à la maison! Si rideva, ma c’era poco da ridere. Quella sera lì Medhi, mentre stavo per uscire e andare al night a parlare coi clienti, scendeva di corsa le scale. Mi ha superato sbattendo la spalla contro il mio braccio, io mi sono voltata per dirgli qualcosa, e lui è andato giù sbandando, come se non si fosse neanche accorto, sembrava un corpo senza niente dentro. Si è fermato sull’ultimo scalino e ha cominciato a tirare dei pugni contro la colonna. Bestemmiava, non capivo niente di cosa diceva. Tirava dei pugni, diceva delle parole tutte insieme. Tirava dei pugni forti. Gli si stava spaccando la pelle delle nocche. Vedevo il sangue che schizzava. Poi qualcuno delle camere dei ragazzi del bar è uscito. Mi ha guardato come per chiedermi Cosa sta succedendo? Io facevo di no con la testa, che non sapevo niente, ero paralizzata dalla rabbia che vedevo. Poi quel ragazzo, Stefan, un austriaco, gli è andato dietro e l’ha bloccato per le spalle, gli ha infilato le braccia sotto le ascelle e l’ha tirato all’indietro, l’ha allontanato dalla colonna, e io sono andata a lavorare. Il giorno dopo se n’era andato dal villaggio. Quando era arrivata Veronique, era già passato un mese. Il sangue era sempre lì, e ogni volta lo vedevo.
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