Aspetta primavera, corridrice

giovedì, 27 settembre 2007


Pensieri


Io e la più piccola in bagno. Io in piedi con il phon in mano, lei seduta con la testa in giù a farsi asciugare.

La più piccola: Sarah ma è vero che fare la baby sitter è come fare i genitori con dei bimbi piccoli?

Io: Ahaha! Sì, credo di sì..

La più piccola: Che sono piccoli, quindi li devi lavare, asciugare i capelli, fargli da mangiare..

Io: Sì è proprio così..

La più piccola: Ecco, perché è da un po' che ci penso.

Io: .....!


scritto da: corridrice alle ore 18:09 | link | commenti (12)
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mercoledì, 26 settembre 2007

De ontdekking van de hemel (La scoperta del cielo)
"Un momento!"
"Cosa c'è?"
"Missione compiuta. La questione è conclusa."
"Quale questione?"
"Ah, chiedo scusa. La più importante di tutte. La principale."
"La questione principale? Ma di che cosa stai parlando?"
"Del testimone."
"Ah, già! Santo Cielo , è proprio tremendo. Uno dedica tutto il tempo alle cose essenziali, impegna tutte le forze, e poi viene il momento in cui se ne dimentica, o le risolve in un batter d'occhio."
"Forse Lei dovrebbe cominciare a delegare un po' di più."
"O forse tu dovresti imparare a stare al tuo posto quando senti qualche confidenza. Delegare un po' di più! A quanto pare non sai ancora cosa ci aspetta. Per quale motivo pensi che sia stato avviato questo progetto? Dimmi, da quanto tempo ti uccupi della pratica?"
"Più di settant'anni di tempo umano."


Se vediamo che, dobbiamo avere il coraggio di.

Si teneva un dito sulle labbra, e del dito avevo appena notato l’unghia. Ora si toccava il profilo, con il dito sulle labbra. Non aveva la mia stessa età ma quasi, e tolto questo si credeva più nobile.

Aveva una maglia bianca con un fiocco bianco in mezzo al petto. Per strada l’altro giorno, una delle bambine mi ha chiesto Perché quella macchina ha un fiocco sul tettuccio? Perché ha partecipato a un matrimonio, le ho risposto, e per fare la strada dalla chiesa al ristorante gli sposi gli hanno dato un fiocco da mettere sulla macchina, così tutti si capiscono quando fanno bi-bbbip col clacson. La bambina non ha risposto nulla. Le avrò dato troppo materiale da elaborare per il suo futuro fatato.

La ragazza è seduta e sul suo sedile arancione ci sta affianco una borsa, un’altra persona. Ostina molta sicurezza nell’immergere la mano senza vedere cosa cercare. Da qualche giorno mi sono accorta del mio alzare il tallone quando impazzisco con la borsa nel cercare l’accendino, le chiavi il lettore, il cellulare, i soldi. Vista da fuori ho pensato, deve essere molto carino vedere un piede in posizione da passo di danza.

Ha richiuso la cerniera più esterna, ha subito guardato verso di me. Io porto gli occhiali da sole. E’ da un anno che ho gli stessi occhiali da sole, prima non ne ho mai avuti. E prima di averli credevo che quando li avrei avuti mi si sarebbe aperto un mondo nuovo. Un mondo in cui potevo insistere nel guardare chiunque senza mostrare il minimo mutamento facciale. Non è successo. Le prime volte ci provavo a osservare la gente, ma appena questi ricambiavano lo sguardo, giravo la testa. Ho abbandonato il progetto. La strategia nuova è dare l’intenzione di guardare lontano con la testa e nello stesso tempo ruotare gli occhi verso chi più ho vicino. E’ una torsione complicata. E’ proprio  quello che stavo compiendo, seduta nell’ultimo posto dell’autobus. La ragazza è seduta nella direzione di chi guarda poi quello che io ho visto prima.

Insomma ci stavamo sedute una di fronte all’altra. Ha i capelli lunghi, e gli occhiali da sole tirati su come un cerchietto. Ha un orologio sottile al polso, un cinturino di metallo, pare sottile manetta. Si è tirata giù gli occhiali, i capelli si sono scombinati. Ha guardato ancora verso di me. Ora ho capito. Forse è della classe Faccio un’azione e voglio subito vedere se la gente mi sta osservando e che reazione ha. Non è vero, non so se c’entra la reazione. Che reazione vuoi ch’io abbia se questa si tira su bene i capelli con gli occhiali. Questa è auto affermazione. Si muove, cambia posizione e guarda gli altri per tenere vivo l’interesse su di sé. Sull’affermazione non ci sono dubbi. Ma io vedo solo scuro con questi occhiali.

 

 


scritto da: corridrice alle ore 00:30 | link | commenti (6)
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martedì, 18 settembre 2007

Oggi per la solitaria rubrica, ecco a voi la solitaria rubrica:

- E’ la vacanza più bella che abbia mai fatto.
- Sì certo, ma è stata anche l’unica che hai fatto.
- Eh, allora che vuol dire? Per me è la più bella.
- Per ora.
- Sì d’accordo per ora, per ora. Ma non credo ce ne sarà una più bella.
- Come fai a saperlo?
- Lo so perché quando è finita la storia del mio primo amore, non si è più ripetuta una cosa così.

Mi stavo inventando questo dialogo ricostruito solo dalle prime battute mentre aspettavo l’autobus sulla pensilina di Corso Buenos Aires. Ma poi ho lasciato perdere. Erano le sette e quaranta e alla radio, che tramite un paio di cuffie bianche mi giungeva sino alle orecchie, stavano dando l’oroscopo, quello di un oroscopista che a mia madre piace tanto. Mia madre ha sempre creduto di conoscere bene le persone subito dopo aver chiesto loro il segno zodiacale. Avevo quindici anni quando già da due o tre anni mi diceva, Eh per forza che con te non ci si può parlare, è tipico. Tipico cosa? le dicevo spesso al limite del magone. L’acquario è un introverso, ce ne mette prima di rendersi conto delle cose.
E così anche io ho sempre considerato l’idea di ricostruire la mappa psicologica di una persona dopo aver chiesto Quando sei nato? Durante la pubblicità mentalmente mi preparo una scaletta di visi a me amici ma anche più che amici. Il primo viso è quello mia sorella perché è dell’ariete. Il secondo è il mio perché ho l’ascendente nel cancro. E ho pensato Tornare a casa oggi sarà più veloce se mi concentro ben bene sull’oroscopo. Che bello! E mentre mi deliziavo con questo, ho perso il filo dei dodici segni. Quando riesco a capire dove siamo arrivati, l’oroscopista è già alla bilancia. Bilancia? Non conosco bene nessuno di quel segno. No..! Cavolo, come ho fatto a perderne così tanti?
Devo dire che mi era rivenuta in mente un’immagine.
Una volta ho detto a qualcuno che avevo voglia di prendere a calci il muro basso dei palazzi. E mi ero immaginata io con un cappottone nero coi bottoni di quelli grossi, neri anche quelli e la testa bassa e le mani in tasca, stanca di questa vita del cazzo che mi sono ritrovata a vivere per troppi anni e poi con una sigaretta in bocca a tirare calci, così, tanto per camminare senza meta in tondo nel mio quartiere. E’ da qualche mese che mi viene voglia di provare e
l’idea di poterlo fare mi fa sempre ridere.
Ed ecco che per questo inizio di racconto mascherato, ora salta fuori la mia personale teoria: abbiamo tutti un personale e segreto metodo per tentare di avere ben chiaro chi abbiamo davanti.
No, era una domanda, credo vada riletta così. Rileggetela.
E dopo averla riletta posso tranquillamente rispondere: Sì, io penso di sì.

 

 


scritto da: corridrice alle ore 01:01 | link | commenti (12)
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venerdì, 14 settembre 2007

Gola

Io, la più grande e la più piccola davanti allo specchio a pettinarci i capelli.


La più grande: - Sarah, ma se uno si ubriaca può rimediare?

Io: - Hahaha! No, rimane così per tutta la vita...

La più grande: - Davvero?

Io: - Ma no! Scherzo.. Perché me lo chiedi?

La più grande: - Perché un mio compagno di classe per il compleanno mi ha regalato un cioccolatino allo champagne e fragola.

La più piccola: - Io, se fossi in te lo butterei via subito.

Io: - .....!


scritto da: corridrice alle ore 20:44 | link | commenti (15)
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giovedì, 13 settembre 2007

La nuova, inutile e fondamentale rubrica:

lui e lei

Milano è pieno di lui. Milano è piena di lei.

Lui e lei alla fermata dell'autobus numero 60.

Lui vestito bene. Lei pure. Lui è in piedi, le braccia pendenti sui fianchi. Lei è seduta, un mano si aggiusta i capelli. Lui ha una giacca slavata, perché voglio dare l’impressione di averla usata in tutte le occasioni della mia vita ma ancora tiene bene, anche se l’ho comprata ieri allo store Malboro Classic. Lei ha un vestito a righe nere e verde kaki, di quelle righe che sono alla moda, perché sono molto alla giovane io, perché sono io, e basta, ma ho anche una cinturona in pelle nera, che della pelle non saprei dire se è vera. Lei schiaccia il pulsante per prenotare la fermata, inutilmente, qualcuno l’ha già prenotata. Lui controlla il cellulare, che non ti aspettando qui con le mani in mano, ho sempre da fare, io. Lei lo ha visto lì fermo alla fermata e ha girato subito la testa verso il conducente, perché non mi curo con apprensione della tua presenza all’appuntamento, ma di quella del conducente che guida, però non so come mai.

L’autobus, senza troppi convenevoli, si ferma.
Lei scende e uno stivale la tradisce per un attimo, la caviglia si piega leggermente. Lui si mette definitivamente una mano in tasca con relativo cellulare e le sorride innocente, e ti ho visto che stavi quasi per cadere ma faccio come se fosse niente per non creare subito del disagio tra di noi. Lei gli sorride sicura tenendosi una mano sulla borsa, guarda che a me queste cose capitano tutti i giorni, ma sono una ragazza di mondo io, oltre che alla moda, e alla fine riesco sempre a tirare dritto.

scritto da: corridrice alle ore 10:59 | link | commenti (14)
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sabato, 08 settembre 2007

I LOVE TRALICCI
&
UN NUOVO TITOLO PER UNA NUOVA PUNTATA di:
"Lavorare sodo tutto l'anno per andare a visitare l'Est"

Hai da accendere, dice lui. No, non ce l'ho, tu mi rubi l'accendino, dico io. Uha uha uha.. la senti come ride? dice lui. Oddio, non è vero, non è vero, un'altra volta l'autostrada per Barcellona. Però se lei lavorasse all'IBM si potrebbe aggiustare tutto, dice la signora del casello. Ma poi vestito bene, come un politico, durante uno scandalo in corso. Anche tu sei accusato? dico io. Io, no, non lo sono, sai che mi sto occupando di quel libro, dice lui. Quale libro? dico io cambiando posizione delle gambe. Ricordi, quello dell'idea di accendere una lampadina tra le persone distanti, così da far capire che una delle due c'è e che sta aspettando l'altra, dice lui. Aaah, sì, ora mi ricordo. E' una bella idea, bravo Max.



scritto da: corridrice alle ore 14:21 | link | commenti (13)
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giovedì, 06 settembre 2007


Stanotte ho sognato David Lynch.

(In pratica dovevo scendere in una specie di cantina)

Cammino e a un tratto vedo questa ringhiera molto bella, tutta piena di riccioloni ornamentali, tutta pitturata di bianco che porta sotto, giù. Mi avvicino e ci sono delle scale proprio nel bel mezzo del marciapiede.

C'è delle gente in attesa sulla scala. Prima di affacciarmi per scendere, vedo un amico poco più avanti sul marciapiede. Con la mano mi fa Ciao! e poi sempre con la mano Vieni qua, dai! Io con la mano gli faccio Aspetta! Aspetta, un secondo che devo scendere. Allora di fretta supero questa gente che sta tutta in coda, su un lato, quello sinistro, come nelle scale mobili della metropolitana. Non faccio molto caso a questa gente sulle scale, e svelta arrivo giù. Mi rendo conto, scendendo, che in quel posto ci ero già stata, credo poco tempo prima. Forse il giorno prima. E il giorno prima avevo dimenticato la borsa. Così proprio ripassando da lì La borsa! mi ricordo di averla lasciata in quel posto.

Ma quel posto, sotto il marciapiede, con quella specie di scala raffinata dalla vernice bianca, è un posto non comune, oltre che a essere abbastanza piccolo. Pare un mix tra un casinò e un pub. Così inizio a guardare tra i tavoli, tra le sedie, per terra, dappertutto; poi finalmente di fianco a un corpo disteso a terra a pancia in giù, trovo la mia borsa. E' un uomo dal torso nudo. Raccolgo la mia borsa tra bicchieri di birra sparsi per terra e uomini ubriachi con le mani sulle spalle che cantano e vogliono che mi unisca alle loro canzoni nazionalpopolari inglesi. L'uomo a torso nudo si alza e appoggia le mani alla vita come i veri condottieri. Io lo guardo in viso, lui mi guarda in viso. E' tutto fradicio. Non so di cosa perché l'odore non lo percepisco. Poi gli sorrido perché mi pare di riconoscerlo. Sì, sì è proprio lui! e mentre sto per pronunciare le parole Are you David.. Lui si toglie una sigaretta dalla bocca e tirando fuori il fumo mi dice Yes, it's me! E sorride. In quel momento il senso di realtà, che mi aveva accompagnato fino a quel momento, si accartoccia.

Quell'uomo che ora è davanti a me, ha i capelli castani, nonostante quella tipica ondina che tanto lo caratterizza, e anche il viso è molto più giovane, senza nemmeno una ruga. Ma l'occhio no, l'occhio è suo, è sempre quello.

In quel momento mi viene un flash e ricordo tutto del giorno prima, di io insieme al mio amico quello salutato con la mano, in questo locale casinò a bere birra a un tavolo, io che  gli dico Lo vedi quello seduto laggiù di schiena? Lo vedi? Sì lo vedo, dice lui, Ecco quello lì è David Lynch!

Ora ripensando a quando il giorno prima mostravo al mio amico David Lynch, lui, David Lynch era come lo si può vedere adesso. Ecco come lo si può vedere adesso.



Con i capelli bianchi, sorriso beffardo, rughe, sempre una sigaretta.

Mentre ora, ho davanti un ventenne che mi dice di essere lui, David, e che pare voglia anche dirmi che lo sa che è incredibile essere così giovani mentre solo il giorno prima era così vecchio, ma è così! Così mi spavento, mi dico che voglio uscire da lì il più in fretta possibile. Mi dirigo verso la scala bianca, faccio per salire le scale. Una donna mi blocca. Allora osservo meglio la gente. La stessa gente che prima era in coda, in fila, ferma, in attesa di scendere ora è in coda, in fila, ferma, in attesa di salire! Come ultima della fila c'è una donna di colore, con un foulard colorato in testa. E' la stessa che avevo notato in coda in fila ferma sopra, quando stavo scendendo le scale. Ma ora è lì. Hanno solo invertito il senso di marcia! E' ancora ultima ma ultima per salire. E' lei che mi dice che non posso salire, che devo stare in coda. Allora mi metto dietro di lei, salgo uno scalino, l'ultimo, infatti dopo c'è il pavimento del locale casinò. Aspetto due o tre minuti, mi spazientisco e domando Perché ve ne state tutti in fila e non salite le scale? Io voglio uscire!

La signora si volta verso di me, e con un cenno del capo dice Lo chieda a quel signore laggiù..

Con gli occhi seguo il cenno della signora e il mio sguardo finisce di nuovo su Lynch che contraccambia il cenno della signora con un altro cenno del capo come a saluto, e sorride mostrando tutti i denti, con le mani appoggiate alla vita, come i grandi condottieri.

E niente, è suonata la sveglia.


ecco a voi "paragua"!
ecco a voi  "trenes"!
(anche questo di Troshinsky, olè!)

scritto da: corridrice alle ore 15:55 | link | commenti (12)
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sabato, 01 settembre 2007

Gambe

Ora non posso muovermi. Dalla finestra della mia stanza arriva il sole delle 13, e sono seduta a bordo letto con le gambe nel rettangolo illuminato sulla moquette.
Il mio obiettivo di questa estate era uno solo: abbronzarmi. Ci sono riuscita credo. Solo in un punto ho fallito: le gambe. Allora adesso sono in una posizione incredibile per scrivere. Questa posizione è così incredibile che non riesco a pensare bene a quello che voglio dire. Tenere le gambe come uno desidera, come uno che vuole scrivere, è fondamentale. Me ne accorgo proprio adesso, qui seduta, appoggiata con un gomito sul letto, e una sorta di dolorino per tutta la schiena che m’impedisce i veri pensieri. Potrei facilmente appoggiare il computer sulle cosce. Potrei, ma non voglio. Sono già dieci minuti che tengo le gambe in questa posizione e sento la pelle che mi pizzica un pochino. E’ il buon segno che aspettavo. Se continuo così, tra una mezz’ora la soddisfazione prenderà il sopravvento su di me, e lunedì, giornata di lavoro, me ne andrò con sicurezza in giro per la città. Con i pantaloni, ovviamente. Non mi sono mai piaciute le gonne. Solo per qualche giorno a luglio e per qualche ad agosto metto la gonna. Mi sento guardata se tengo le gambe scoperte, e questo vale anche per il collo. Sono lunghi entrambi. Quando ero piccola, piccola abbastanza da sentire che già i ragazzi mi guardavano in quel modo, mi dicevo che quando avrei smesso di svilupparmi, verso l’alto intendo, mi sarei informata sull’esistenza di qualche tipo di operazione per accorciarmi. Ricordo che quando in colonia finivo sempre per mettermi a parlare con gli animatori, in fondo alla fila indiana che si creava per andare in giro, tipo fino alla spiaggia, gli chiedevo sempre se erano a conoscenza di un qualche modo per non sembrare così alta, perché essere alta non mi piaceva. Loro ridevano. Ricordo che ridevano, Ma dai cosa dici? Guarda che è bello essere alti. Non ci ho mai creduto. A volermi ascoltare, io per prima, ne avrei di storie sulla ridicolaggine del mio corpo, ma non è questo il caso di oggi. Siamo fortunati.

Ora sento proprio un bel calduccio e questo mi piace. Anche se ho una voglia terribile d’incrociarle adesso. Stare seduti sul letto con un gomito appoggiato senza poter tirare su le gambe e incrociarle è una tortura, come quel gioco del Per favore. Mi spiace non averlo scoperto prima. Me lo hanno insegnato due bambine, due sorelle. Si può giocarci anche in due. Da soli no, a meno che non si soffra di quel disturbo che si hanno tante persone diverse dentro di sé. In pratica questo gioco funziona così: uno sta seduto mentre l’altro si posiziona in piedi di fronte a quello seduto. Quello seduto ha il compito di dare ordini a quello in piedi. Gli ordini sono: Toccati le spalle, toccati le ginocchia, toccati il mento, toccati la testa. Ma c’è un ostacolo. Quello in piedi non si deve muovere se quello seduto non gli chiederà Per favore, toccati le spalle, Per favore toccati le ginocchia! E così via. Quindi quello seduto ha il divertente onere di far impazzire quello in piedi nell’ordinargli: per favore toccati la testa, toccati il mento! E se quello in piedi dopo essersi toccato la testa muoverà le mani anche per toccarsi il mento, (senza il per favore davanti), avrà perso! All’inizio quando ci giocavo con le due bambine, mi pareva una vera cavolata. Ma dopo una serie sterminata di per favore toccati, di toccati, di per favore toccati, di toccati, di toccati, impazzivo letteralmente.

Il rettangolo illuminato sulla moquette ora è diventato un rombo. Altro buon segno. Deve essere passata almeno una mezz’ora da quando ho deciso di non fallire. E’ stato all’inizio di giugno quando mi sono sentita rivolgere da una persona a me conosciuta, ma non per mia volontà, tali parole Mamma mia, come sei bianca. Hai voglia ad abbronzarti. Ciò mi hanno reso pericolosamente un’amante del sole. L’anno scorso invece per una qualche strano motivo avevo deciso di non prendere nemmeno un minuto di sole. Ma quelle parole di quella signora mi hanno creato un eco dentro. Una sorta di ambizione. Un contraddire con la pelle, continuamente, ogni secondo, solo al rivolgermi gli occhi. Così avrei avuto sempre ragione e lei continuamente torto. Mi sarei abbronzata e per ogni secondo sarei stata: Sarah la ragazza che a giugno era di un pallore straordinario ora è di uno scuro ordinario! Ma adesso che il dolorino alla schiena non lo noto nemmeno più, insieme anche al calore sulle gambe, mi viene voglia di finire questo racconto per potermi finalmente alzare.


scritto da: corridrice alle ore 15:45 | link | commenti (3)
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C'era una cosa che ha sempre dovuto immaginare: il tramonto e dimenticare, i palazzi e aspettare un nuovo giorno.

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