Se vediamo che, dobbiamo avere il coraggio di.
Si teneva un dito sulle labbra, e del dito avevo appena notato l’unghia. Ora si toccava il profilo, con il dito sulle labbra. Non aveva la mia stessa età ma quasi, e tolto questo si credeva più nobile.
Aveva una maglia bianca con un fiocco bianco in mezzo al petto. Per strada l’altro giorno, una delle bambine mi ha chiesto Perché quella macchina ha un fiocco sul tettuccio? Perché ha partecipato a un matrimonio, le ho risposto, e per fare la strada dalla chiesa al ristorante gli sposi gli hanno dato un fiocco da mettere sulla macchina, così tutti si capiscono quando fanno bi-bbbip col clacson. La bambina non ha risposto nulla. Le avrò dato troppo materiale da elaborare per il suo futuro fatato.
La ragazza è seduta e sul suo sedile arancione ci sta affianco una borsa, un’altra persona. Ostina molta sicurezza nell’immergere la mano senza vedere cosa cercare. Da qualche giorno mi sono accorta del mio alzare il tallone quando impazzisco con la borsa nel cercare l’accendino, le chiavi il lettore, il cellulare, i soldi. Vista da fuori ho pensato, deve essere molto carino vedere un piede in posizione da passo di danza.
Ha richiuso la cerniera più esterna, ha subito guardato verso di me. Io porto gli occhiali da sole. E’ da un anno che ho gli stessi occhiali da sole, prima non ne ho mai avuti. E prima di averli credevo che quando li avrei avuti mi si sarebbe aperto un mondo nuovo. Un mondo in cui potevo insistere nel guardare chiunque senza mostrare il minimo mutamento facciale. Non è successo. Le prime volte ci provavo a osservare la gente, ma appena questi ricambiavano lo sguardo, giravo la testa. Ho abbandonato il progetto. La strategia nuova è dare l’intenzione di guardare lontano con la testa e nello stesso tempo ruotare gli occhi verso chi più ho vicino. E’ una torsione complicata. E’ proprio quello che stavo compiendo, seduta nell’ultimo posto dell’autobus. La ragazza è seduta nella direzione di chi guarda poi quello che io ho visto prima.
Insomma ci stavamo sedute una di fronte all’altra. Ha i capelli lunghi, e gli occhiali da sole tirati su come un cerchietto. Ha un orologio sottile al polso, un cinturino di metallo, pare sottile manetta. Si è tirata giù gli occhiali, i capelli si sono scombinati. Ha guardato ancora verso di me. Ora ho capito. Forse è della classe Faccio un’azione e voglio subito vedere se la gente mi sta osservando e che reazione ha. Non è vero, non so se c’entra la reazione. Che reazione vuoi ch’io abbia se questa si tira su bene i capelli con gli occhiali. Questa è auto affermazione. Si muove, cambia posizione e guarda gli altri per tenere vivo l’interesse su di sé. Sull’affermazione non ci sono dubbi. Ma io vedo solo scuro con questi occhiali.
Mi stavo inventando questo dialogo ricostruito solo dalle prime battute mentre aspettavo l’autobus sulla pensilina di Corso Buenos Aires. Ma poi ho lasciato perdere. Erano le sette e quaranta e alla radio, che tramite un paio di cuffie bianche mi giungeva sino alle orecchie, stavano dando l’oroscopo, quello di un oroscopista che a mia madre piace tanto. Mia madre ha sempre creduto di conoscere bene le persone subito dopo aver chiesto loro il segno zodiacale. Avevo quindici anni quando già da due o tre anni mi diceva, Eh per forza che con te non ci si può parlare, è tipico. Tipico cosa? le dicevo spesso al limite del magone. L’acquario è un introverso, ce ne mette prima di rendersi conto delle cose.
E così anche io ho sempre considerato l’idea di ricostruire la mappa psicologica di una persona dopo aver chiesto Quando sei nato? Durante la pubblicità mentalmente mi preparo una scaletta di visi a me amici ma anche più che amici. Il primo viso è quello mia sorella perché è dell’ariete. Il secondo è il mio perché ho l’ascendente nel cancro. E ho pensato Tornare a casa oggi sarà più veloce se mi concentro ben bene sull’oroscopo. Che bello! E mentre mi deliziavo con questo, ho perso il filo dei dodici segni. Quando riesco a capire dove siamo arrivati, l’oroscopista è già alla bilancia. Bilancia? Non conosco bene nessuno di quel segno. No..! Cavolo, come ho fatto a perderne così tanti?
Devo dire che mi era rivenuta in mente un’immagine.
Una volta ho detto a qualcuno che avevo voglia di prendere a calci il muro basso dei palazzi. E mi ero immaginata io con un cappottone nero coi bottoni di quelli grossi, neri anche quelli e la testa bassa e le mani in tasca, stanca di questa vita del cazzo che mi sono ritrovata a vivere per troppi anni e poi con una sigaretta in bocca a tirare calci, così, tanto per camminare senza meta in tondo nel mio quartiere. E’ da qualche mese che mi viene voglia di provare e l’idea di poterlo fare mi fa sempre ridere.
Ed ecco che per questo inizio di racconto mascherato, ora salta fuori la mia personale teoria: abbiamo tutti un personale e segreto metodo per tentare di avere ben chiaro chi abbiamo davanti.
No, era una domanda, credo vada riletta così. Rileggetela.
E dopo averla riletta posso tranquillamente rispondere: Sì, io penso di sì.
La nuova, inutile e fondamentale rubrica:
lui e lei
Milano è pieno di lui. Milano è piena di lei.

Stanotte ho sognato David Lynch.
(In pratica dovevo scendere in una specie di cantina)

Gambe
Ora non posso muovermi. Dalla finestra della mia stanza arriva il sole delle 13, e sono seduta a bordo letto con le gambe nel rettangolo illuminato sulla moquette.
Il mio obiettivo di questa estate era uno solo: abbronzarmi. Ci sono riuscita credo. Solo in un punto ho fallito: le gambe. Allora adesso sono in una posizione incredibile per scrivere. Questa posizione è così incredibile che non riesco a pensare bene a quello che voglio dire. Tenere le gambe come uno desidera, come uno che vuole scrivere, è fondamentale. Me ne accorgo proprio adesso, qui seduta, appoggiata con un gomito sul letto, e una sorta di dolorino per tutta la schiena che m’impedisce i veri pensieri. Potrei facilmente appoggiare il computer sulle cosce. Potrei, ma non voglio. Sono già dieci minuti che tengo le gambe in questa posizione e sento la pelle che mi pizzica un pochino. E’ il buon segno che aspettavo. Se continuo così, tra una mezz’ora la soddisfazione prenderà il sopravvento su di me, e lunedì, giornata di lavoro, me ne andrò con sicurezza in giro per la città. Con i pantaloni, ovviamente. Non mi sono mai piaciute le gonne. Solo per qualche giorno a luglio e per qualche ad agosto metto la gonna. Mi sento guardata se tengo le gambe scoperte, e questo vale anche per il collo. Sono lunghi entrambi. Quando ero piccola, piccola abbastanza da sentire che già i ragazzi mi guardavano in quel modo, mi dicevo che quando avrei smesso di svilupparmi, verso l’alto intendo, mi sarei informata sull’esistenza di qualche tipo di operazione per accorciarmi. Ricordo che quando in colonia finivo sempre per mettermi a parlare con gli animatori, in fondo alla fila indiana che si creava per andare in giro, tipo fino alla spiaggia, gli chiedevo sempre se erano a conoscenza di un qualche modo per non sembrare così alta, perché essere alta non mi piaceva. Loro ridevano. Ricordo che ridevano, Ma dai cosa dici? Guarda che è bello essere alti. Non ci ho mai creduto. A volermi ascoltare, io per prima, ne avrei di storie sulla ridicolaggine del mio corpo, ma non è questo il caso di oggi. Siamo fortunati.
Ora sento proprio un bel calduccio e questo mi piace. Anche se ho una voglia terribile d’incrociarle adesso. Stare seduti sul letto con un gomito appoggiato senza poter tirare su le gambe e incrociarle è una tortura, come quel gioco del Per favore. Mi spiace non averlo scoperto prima. Me lo hanno insegnato due bambine, due sorelle. Si può giocarci anche in due. Da soli no, a meno che non si soffra di quel disturbo che si hanno tante persone diverse dentro di sé. In pratica questo gioco funziona così: uno sta seduto mentre l’altro si posiziona in piedi di fronte a quello seduto. Quello seduto ha il compito di dare ordini a quello in piedi. Gli ordini sono: Toccati le spalle, toccati le ginocchia, toccati il mento, toccati la testa. Ma c’è un ostacolo. Quello in piedi non si deve muovere se quello seduto non gli chiederà Per favore, toccati le spalle, Per favore toccati le ginocchia! E così via. Quindi quello seduto ha il divertente onere di far impazzire quello in piedi nell’ordinargli: per favore toccati la testa, toccati il mento! E se quello in piedi dopo essersi toccato la testa muoverà le mani anche per toccarsi il mento, (senza il per favore davanti), avrà perso! All’inizio quando ci giocavo con le due bambine, mi pareva una vera cavolata. Ma dopo una serie sterminata di per favore toccati, di toccati, di per favore toccati, di toccati, di toccati, impazzivo letteralmente.
Il rettangolo illuminato sulla moquette ora è diventato un rombo. Altro buon segno. Deve essere passata almeno una mezz’ora da quando ho deciso di non fallire. E’ stato all’inizio di giugno quando mi sono sentita rivolgere da una persona a me conosciuta, ma non per mia volontà, tali parole Mamma mia, come sei bianca. Hai voglia ad abbronzarti. Ciò mi hanno reso pericolosamente un’amante del sole. L’anno scorso invece per una qualche strano motivo avevo deciso di non prendere nemmeno un minuto di sole. Ma quelle parole di quella signora mi hanno creato un eco dentro. Una sorta di ambizione. Un contraddire con la pelle, continuamente, ogni secondo, solo al rivolgermi gli occhi. Così avrei avuto sempre ragione e lei continuamente torto. Mi sarei abbronzata e per ogni secondo sarei stata: Sarah la ragazza che a giugno era di un pallore straordinario ora è di uno scuro ordinario! Ma adesso che il dolorino alla schiena non lo noto nemmeno più, insieme anche al calore sulle gambe, mi viene voglia di finire questo racconto per potermi finalmente alzare.
C'era una cosa che ha sempre dovuto immaginare: il tramonto e dimenticare, i palazzi e aspettare un nuovo giorno.