<<E’ questa la cosa bella di essere a Milano…>>, sentivo dire sotto la mia finestra, io sdraiata sul letto a leggere. Solo questo ho capito, il resto, forse, l’aveva sentito mia sorella, trovandosi lei di là, nella stessa direzione della voce che scia via giù per la strada. Ma non so se ora, alzandomi per andare di là e chiedere Allora, qual è la cosa bella di essere a Milano?, non so proprio se lei ora, lo saprebbe dire.
Però, <<questa è la cosa bella>>, mi ha fatto pensare a un certo punto a quest’uomo, o a questa voce maschile, che a un certo punto, nel filo dei suoi pensieri, gli sia arrivato qualcosa che gli è uscito fuori nella testa, ha brillato un attimo, e subito è stato chiaro, per qualche momento, chissà per quanto, però è stato chiaro che ora a Milano c’è una cosa bella, per lui, e l’ha detta, lasciando perdere, nello stesso tempo, un precedente mare di vuoto di nulla che deve aver raccolto in giro un’aspettativa di cose belle, che prima, prima che arrivasse quel pensiero non se n’era vista nemmeno l’ombra.
Non so se quest’uomo o questa voce maschile, sia di Milano, ma da come lo diceva, alla persona a cui credo lo stesse dicendo, pareva che lo fosse, magari abita qui da tantissimi anni, però di sicuro, se l’ha detta in questo modo, la persona a cui è stata detta cioè l’altra, forse l’altra non è da così tanto tempo a Milano, forse questa persona che ascoltava è da così poco tempo a Milano, che ancora non ha riempito la sua sacca di vuoto di mare di nulla, magari si trova un poco coinvolto, magari guarda in alto i palazzi, vuol essere complice, sentire una sintonia anche, un mare di possibilità, uno sguardo superiore e fecondo d’aspirazioni nell’alzare gli occhi sulle vie e sulla gente, una sorta di buco negli occhi, come di chi arriva in un posto per venirne conquistato e poi invece succede il contrario, dopo qualche tempo, dopo che ci si vive un po’, un senso di voler afferrare, di penetrare il segreto per sopravviverci, e nessuno glielo dice mai, come a quello che abita da poco a Milano, allora dai che si cammina in giro a svuotare il sacco piano, piano, e poi: stare in attesa.
E nell’attesa, avviene qualcosa, non molto chiaro, succede così, un giorno, mentre ancora si pensa a come fare per vivere, poi in un certo punto, forse, un giorno, quell’uomo o quella voce maschile, forse lui sì, che invece magari abita qui da un po’ di tempo, con un sacco vuoti di tanta attesa dentro sé, come un portarsi un macigno sulle spalle, senza vederlo, a un certo punto, deve averlo abbandonato, e visto qualcosa di bello, o forse deve aver abbandonato dopo il macigno e visto prima qualcosa di bello, o forse ha visto qualcosa di bello e mollato il macigno, tutto insieme.
Ma quale sia la cosa bella, non si sa, nessuno lo sa, nessuno lo dice mai a nessuno, figurarsi poi a quello che abita da poco a Milano, e ora chissà cosa voleva dire quell’uomo o quella voce maschile.
Io, se non avessi mai la possibilità di dire qualcosa, gli vorrei dire che il fatto è che nel profondo di qualcuno c’è molta paura di venir schiacciato dal suo stesso peso, non dal mondo ma da quello che sente. E non c’è alternativa, c’è solo cercare di stare tranquilli sperando che passi presto, o subito, e leggere anche, se può servire a far aspettare meglio, ma nelle tenebre abissali, se l’abisso c’è, e esiste, una paura in fondo all’animo, se l’animo c’è, e pure esiste, la paura è sempre grande, una rovina. Bisognerebbe accettarla, dire Ok, è così che mi sento?, va bene, non posso farci nulla, è così, insomma in due parole volersi bene, dopotutto si direbbe che la paura è istintiva.
Ma poi l’altra sera ero seduta sul divano che leggevo col cane, che appena sente che poi mi sdraio, pensa d’avere l’autorizzazione a venirmi addosso, e salta su, che tanto per lui salire sul petto o su lo stomaco non gli fa differenza alle zampe. Poi sento da giù, <<Fanno fatica un po’ con la cintura di sicurezza gli italiani…>>.